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mercoledì 7 giugno 2017

Mons. Giovanni Carrù descrive i restauri delle Catacombe di Domitilla

Dopo il saluto introduttivo del Cardinal Presidente Gianfranco Ravasi, il Segretario, Mons. Giovanni Carrù ha illustrato e descritto le operazioni condotte presso le Catacombe di Domitilla, in occasione della presentazione degli esiti dei restauri delle pitture di alcuni cubicoli del cimitero e dell’inaugurazione del nuovo museo che raccoglie una serie di manufatti, provenienti dei monumenti sottoposti alla tutela della PCAS.


Il giorno 30 maggio 2017, alle ore 17:00, presso le Catacombe di Domitilla, la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha presentato gli esiti dei restauri delle pitture di alcuni cubicoli del cimitero e, contestualmente, ha inaugurato un nuovo museo che raccoglie una serie di manufatti provenienti dei monumenti sottoposti alla tutela della PCAS. Per l’occasione, dopo il saluto introduttivo del Cardinal Presidente Gianfranco Ravasi, il Segretario, Mons. Giovanni Carrù, ha illustrato e descritto le operazioni condotte presso questo fondamentale sito archeologico. Si allega di seguito il testo dell’intervento:
Con vero piacere, porgo un saluto a tutti coloro che hanno voluto prendere parte all’Evento di quest’oggi, che vuole festeggiare e presentare i risultati di restauri delicati e particolarmente fortunati, che sono stati effettuati in questi ultimi 25 anni nelle splendide catacombe di Domitilla, le più grandi di Roma ed aperte al pubblico, a cura dei padri Verbiti che, con estrema attenzione e grande professionalità accompagnano i visitatori negli immensi labirinti del complesso della via Ardeatina, alla scoperta della civiltà paleocristiana, osservata nelle sue manifestazioni funerarie, per comprendere il significato dell’attesa commovente e suggestiva della resurrezione.
Le catacombe di Domitilla dimostrano, in maniera monumentale, iconografica ed epigrafica, il travaglio della conversione alla nuova fede. Alcune tombe pagane diventano – nel corso del III secolo – espressamente cristiane ed entrano a far parte del grande cimitero comunitario che, con le sue gallerie, abbraccia l’intero popolo di Dio.
I responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra hanno voluto raccontare questo lento processo della cristianizzazione della città di Roma, con la creazione di un piccolo museo, che raccoglie sarcofagi, ritratti ed epigrafi, che coprono un lungo periodo, che, dal II secolo giunge al V secolo d.C.
Questo Museo vuole esprimere il cambiamento ideologico o religioso che porta dalla civiltà del mito alla cultura cristiana, attraverso le scene di vita quotidiana, sottolineando l’importanza del lavoro, inteso nell’accezione patristica, che vede nell’attività manuale una sorta di continuazione della creazione.
Le pitture delle catacombe, poi, con le scene miracolose del Nuovo Testamento e con i prodigi salvifici del Vecchio, vogliono anticipare la salvezza dei cristiani ordinari, guardando alle guarigioni e alle resurrezioni del passato come a vere e proprie prefigurazioni della salvezza eterna.
Durante questi ultimi anni le catacombe aperte al pubblico sono state restaurate, scavate, valorizzate per una più larga accoglienza e, in occasione dell’Anno Santo appena trascorso, è stata aperta anche la splendida catacomba dei Ss. Pietro e Marcellino che ha molto arricchito il panorama artistico e storico della Roma cristiana nei primi secoli.
L’intento dei responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, sempre incoraggiati dal Cardinale Gianfranco Ravasi, è proprio quello di far conoscere ai pellegrini, che giungono a Roma da tutto il mondo, la testimonianza archeologica eloquente e significativa delle origini del Cristianesimo.
Qui, nei cimiteri, nei “dormitori”, in attesa della resurrezione, si respira quell’atmosfera dell’attesa e della speranza, che muoveva i pensieri dei fratelli della prima ora. Qui, i Cristiani, i visitatori, gli uomini dei nostri giorni possono trovare le risposte ai loro interrogativi più urgenti e intimi, ripercorrendo – nel buio delle catacombe – quei passi che condussero le prime comunità romane verso la luce della rivelazione, della salvezza, della vita oltre la morte, con la convinzione che “la morte non ha l’ultima parola”.
Giovanni Carrù

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