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martedì 8 dicembre 2015
Iraq, rapporto Amnesty. chi ha armato lo "Stato islamico". Fatti e cifre
Lo “Stato islamico” è responsabile del sequestro di civili (tra cui attivisti pacifici e operatori dei media), di maltrattamenti e torture (compresi stupri e altre forme di violenza sessuale nei confronti delle donne), di uccisioni sommarie di soldati regolari e di membri di altri gruppi armati e dell’impiego di bambini-soldato.
La maggior parte delle armi in possesso dello “Stato islamico” deriva dalla conquista dei depositi militari iracheni. Altre armi sono state prese sui campi di battaglia o attraverso commerci illeciti e defezioni di uomini armati in Iraq e in Siria.
Dopo aver conquistato Mosul, la seconda città dell’Iraq, nel giugno 2014, lo “Stato islamico” è entrato in possesso di un’incredibile quantità di armi e munizioni di fabbricazione internazionale, tra cui armi e veicoli militari made in Usa ampiamente esibiti nei video pubblicati sui social media.
Gran parte delle armi finite nelle mani dello “Stato islamico” erano state originariamente fornite all’Iraq dagli Usa, dalla Russia e da altri paesi dell’ex blocco sovietico tra gli anni Settanta e Novanta. La maggior parte delle armi prese in Siria sono state originariamente fornite dalla Russia, da altri paesi dell’ex blocco sovietico e dall’Iran.
La guerra Iran-Iraq (1980-1988) è stata un fattore determinante per lo sviluppo del moderno mercato globale delle armi: almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, 28 dei quali anche all’Iran.
Dopo una pausa nel trasferimento di armi all’Iraq a seguito dell’embargo promosso dalle Nazioni Unite nel 1990, le forniture sono riprese massicciamente dopo l’intervento militare diretto dagli Usa nel 2003.
Oltre 30 paesi, tra cui tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, hanno destinato forniture militari all’Iraq negli ultimi 10 anni e una parte significativa di esse è finita nelle mani di gruppi d’insorti, compreso lo “Stato islamico” e i suoi precursori.
Tra il 2011 e il 2013, gli Usa hanno sottoscritto col governo dell’Iraq contratti per forniture di armi del valore di miliardi di dollari. Alla fine del 2014, erano state inviate munizioni e armi leggere per un valore di 500 milioni di dollari. Le forniture sono proseguite, nell’ambito del Fondo del Pentagono per l’equipaggiamento e l’addestramento dell’Iraq (valore: 1,6 miliardi di dollari), comprendendo tra l’altro 43.200 fucili M4.
Il 15 agosto 2014 la risoluzione 2170 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato l’embargo sulle forniture di armi allo “Stato islamico” e al gruppo armato Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qa’ida.
Roma, 8 dicembre 2015
Iraq, rapporto Amnesty. come abbiamo armato lo "Stato islamico". Fatti e cifre
AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA DECENNI DI COMMERCI IRRESPONSABILI DI ARMI
In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato come decenni di forniture mal regolamentate di armi all’Iraq e gli scarsi controlli sul terreno abbiano messo a disposizione del gruppo armato che si è denominato “Stato islamico” un ampio e mortale arsenale, usato per compiere crimini di guerra e crimini contro l’umanità su scala massiccia nello stesso Iraq e in Siria.
Basandosi sull’analisi, da parte di esperti, di migliaia di video e immagini di cui è stata verificata l’autenticità, il rapporto di Amnesty International - intitolato Fare scorta: come abbiamo armato lo “Stato islamico” – spiega come il gruppo armato stia usando armi, in larga parte prelevate dai depositi militari iracheni, concepite e prodotte in almeno 25 paesi compresi Russia, Cina, Usa e alcuni stati dell’Unione europea.
“La quantità e la varietà delle armi usate dallo ‘Stato islamico’ è l’esempio da manuale di come commerci irresponsabili di armi alimentino atrocità di massa” – ha dichiarato Patrick Wilcken, ricercatore su controlli sulle armi, commerci di materiali di sicurezza e violazioni dei diritti umani di Amnesty International.
“La scarsa regolamentazione e la mancata supervisione sull’immenso afflusso di armi in Iraq a partire da decenni fa sono state la manna dal cielo per lo ‘Stato islamico’ e altri gruppi armati, che si sono trovati a disposizione una potenza di fuoco senza precedenti” – ha commentato Wilcken.
Dopo aver preso il controllo di Mosul, la seconda città dell’Iraq, nel giugno 2014, lo “Stato islamico” è entrato in possesso di un’incredibile quantità di armi e munizioni di fabbricazione internazionale, tra cui armi e veicoli militari made in Usa poi utilizzati per conquistare altre parti del paese, con conseguenze devastanti per le popolazioni locali.
Questa enorme disponibilità di armi catturate o acquisite in modo illecito ha permesso allo “Stato islamico” di portare avanti una terribile campagna di violenza: uccisioni sommarie, stupri, torture, rapimenti e presa di ostaggi hanno costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire, trasformandosi in profughi interni o in rifugiati.
Un’incredibile varietà di armi
La quantità e qualità delle armi nelle mani dello “Stato islamico” è la conseguenza di decenni di trasferimenti irresponsabili di armi all’Iraq e dei molteplici fallimenti nel gestire le importazioni di armi e introdurre meccanismi di monitoraggio, a partire dall’occupazione militare del 2003, per evitare che quel materiale finisse nelle mani sbagliate. La carenza di sorveglianza dei depositi militari e l’endemica corruzione mostrata dai vari governi iracheni hanno contribuito ad aggravare la situazione.
Il rapporto di Amnesty International documenta l’uso, da parte dello “Stato islamico”, di armi e munizioni provenienti da almeno 25 paesi, con un’ampia proporzione originariamente fornita all’esercito iracheno da Usa, Russia e paesi dell’ex blocco sovietico. Queste forniture sono state pagate col petrolio o sono state oggetto di accordi tra il Pentagono e la Difesa irachena o, ancora, frutto di donazioni da parte della Nato. La maggior parte di esse è stata presa dai depositi militari finiti sotto il controllo dello “Stato islamico” o da quei depositi illecitamente trasferita.
Tra le armi avanzate finite nelle mani dello “Stato islamico” vi sono i sistemi di difesa aerea portabili a spalla (noti con l’acronimo Manpads), missili anti-carro guidati, veicoli blindati da combattimento, fucili d’assalto come gli Ak russi e gli M16 e i Bushmaster statunitensi.
La maggior parte delle armi convenzionali usate oggi dallo “Stato islamico” risale al periodo che va dagli anni Settanta agli anni Novanta e comprende pistole, rivoltelle e altre armi leggere, mitragliatrici, armi anti-carro, mortai e altra artiglieria. Assai utilizzati sono i fucili simili ai kalashnikov dell’era sovietica, prodotti principalmente in Russia e Cina.
“Ancora una volta dobbiamo constatare che per inviare armi in regioni instabili occorrono un’analisi del rischio da parte di esperti e misure per la riduzione del danno. Sono processi lunghi che richiedono verifiche approfondite. Bisogna verificare, ad esempio, se le forze militari e di sicurezza del paese destinatario sono in grado di sorvegliare efficacemente i depositi e rispettare gli standard del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale” – ha commentato Wilcken.
Lo “Stato islamico” e altri gruppi armati hanno anche iniziato a produrre armi per conto proprio: razzi, mortai, granate, ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, autobombe e persino bombe a grappolo, queste ultime proibite a livello internazionale. Tra gli ordigni esplosivi improvvisati figurano le mine terrestri, a loro volta vietate dal Trattato per la messa al bando delle mine.
La catena di rifornimento
Il rapporto di Amnesty International ripercorre la lunga storia della proliferazione delle armi in Iraq e la complessa catena di rifornimento che molto probabilmente ha portato alcune delle più recenti forniture nelle mani dello “Stato islamico”.
I depositi iracheni si sono riempiti di armi alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, soprattutto nel contesto della guerra con l’Iran, un fattore determinante per lo sviluppo del moderno mercato globale delle armi: almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, ma 28 di questi le inviarono anche all’Iran. Nel frattempo, l’allora presidente iracheno Saddam Hussein dirigeva lo sviluppo di una fiorente industria delle armi in grado di produrre armi leggere, mortai e pezzi d’artiglieria.
L’embargo imposto dalle Nazioni Unite dopo che nel 1990 l’Iraq invase il Kuwait ridusse le importazioni ma dal 2003, durante e dopo l’invasione diretta dagli Usa, le forniture sono riprese massicciamente, senza che in molti casi vi fossero garanzie e controlli da parte delle forze della coalizione Usa e delle ricostituite forze armate irachene. Centinaia di migliaia di queste armi sono svanite nel nulla e ancora oggi non se ne trova traccia.
I tentativi più recenti di ricostituire e riequipaggiare l’esercito iracheno e le forze a questo associate hanno ancora una volta determinato un massiccio afflusso di armi in Iraq. Tra il 2011 e il 2013, gli Usa hanno sottoscritto contratti del valore di miliardi di dollari per la fornitura di 140 carri M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk e altro equipaggiamento. Alla fine del 2014, gli Usa avevano inviato al governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari.
L’endemica corruzione all’interno dell’esercito iracheno, così come i blandi controlli nei pressi dei depositi militari e nel rintracciamento delle armi, rendono tuttora elevato il rischio che queste forniture possano finire nelle mani di gruppi armati come lo “Stato islamico”.
Impedire la proliferazione delle armi
Dagli errori del passato, gli stati possono apprendere la lezione e adottare misure urgenti per impedire l’ulteriore proliferazione delle armi in Iraq, in Siria e in altre nazioni e regioni instabili.
Amnesty International chiede a tutti gli stati di stabilire un embargo totale nei confronti del governo siriano e dei gruppi armati d’opposizione implicati in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altre gravi violazioni del diritto internazionale.
Gli stati dovranno inoltre adottare la regola della “presunzione del rifiuto” nei confronti delle esportazioni di armi verso l’Iraq, ossia autorizzare i trasferimenti solo dopo aver compiuto un rigoroso accertamento dei rischi. Le unità dell’esercito e di polizia dell’Iraq giudicate eccezione alla regola dovranno prima di tutto dimostrare di rispettare in modo rigoroso e integrale il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario e, in secondo luogo, di essere dotate dei necessari meccanismi di controllo per garantire che le forniture non saranno girate ai gruppi armati.
Inoltre, ogni stato che stia considerando possibili trasferimenti di armi all’esercito iracheno dovrà prioritariamente investire il massimo delle risorse nei controlli preventivi e successivi, nell’addestramento e nella supervisione, in modo che i destinatari rispettino gli standard internazionali sulla gestione e sull’impiego di tali armi.
Tutti gli stati che non l’hanno ancora fatto, dovranno immediatamente depositare gli strumenti di accessione o di ratifica al Trattato internazionale sul commercio delle armi. Uno degli obiettivi del Trattato è quello di “prevenire e sradicare il commercio illecito di armi convenzionali e impedire che vengano girate” ad altre parti. Il Trattato, inoltre, contiene norme per fermare le forniture di armi ove vi sia un elevato rischio che queste siano usate per compiere gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.
“L’eredità della proliferazione delle armi e delle violazioni dei diritti umani in Iraq e nelle zone circostanti ha già distrutto la vita e i beni di milioni di persone e costituisce una minaccia ancora in corso. Le conseguenze delle irresponsabili forniture di armi all’Iraq e alla Siria, e la loro successiva cattura da parte dello ‘Stato islamico’, devono essere un campanello d’allarme per gli esportatori di armi di ogni parte del mondo” – ha concluso Wilcken.
Informazioni aggiuntive riguardo all’Italia
Il rapporto di Amnesty International evidenzia come anche l’Italia possa aver giocato un ruolo non indifferente nell’armare lo “Stato islamico”, rifornendo durante la guerra del 1980-88 – secondo fonti ufficiali Usa reperibili al link: www.state.gov/documents/organization/185653.pdf] – sia l’Iraq che, in maniera meno trasparente, l’Iran.
Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta “guerra al terrore”, nel cui contesto al dipartimento della Difesa Usa fu concessa ulteriore libertà di trasferire armi all’Iraq, attraverso l’Iraq Relief and Reconstruction Fund, prima, e l’Iraq Security Forces Fund, tra il 2004 e il 2007. Ciò esentava il Pentagono dal doversi conformare a qualsiasi disposizione di legge, incluse quelle relative ai diritti umani. In quegli anni, mentre finivano in circolazione le scorte eccedenti delle forze armate irachene sconfitte e poi congedate, la coalizione guidata dagli Usa firmò contratti per almeno un milione di dollari in ulteriori armi leggere e milioni di munizioni, provenienti anche dall’Italia.
L’ascesa dello “Stato islamico” e le sue conquiste territoriali tra giugno e agosto 2014 hanno determinato un grande cambiamento nelle politiche internazionali relative alla fornitura di armi nella regione. Nel 2014, infatti, gli Usa hanno coordinato sforzi congiunti per rispondere alla domanda di armamenti dell’Iraq cominciando a rifornire regolarmente, insieme ad altri 11 paesi europei tra cui l’Italia, anche le forze curde che si opponevano nel paese allo “Stato islamico”.
Roma, 8 dicembre 2015
martedì 1 dicembre 2015
MONDIALI DI CALCIO 2022: AMNESTY INTERNATIONAL ACCUSA FIFA E QATAR DI CINQUE ANNI DI FALLIMENTI NEL CAMPO DEI DIRITTI UMANI
Alla vigilia del quinto anniversario dell’assegnazione dei campionati mondiali di calcio del 2022, Amnesty International ha denunciato che in Qatar lo sfruttamento del lavoro rimane massiccio e che le autorità non hanno avviato significative riforme per porvi fine.
Nonostante le agghiaccianti condizioni in cui si trova la maggior parte dei lavoratori migranti impegnati nel settore delle costruzioni siano ormai un fatto ampiamente noto, le autorità del Qatar non hanno fatto quasi nulla di efficace per impedire il cronico sfruttamento nel campo del lavoro.
“Troppo poco è stato fatto finora e i ritardi nelle riforme sono la ricetta per un disastro dal punto di vista dei diritti umani” – ha dichiarato Mustafa Qadri, ricercatore di Amnesty International sui migranti nel Golfo.
“Le riforme sin qui proposte dal governo non affrontano i nodi cruciali che lasciano molti lavoratori in balia dei loro datori di lavoro e ciò nonostante vengono rimandate pure queste” – ha aggiunto Qadri.
“Se il governo non agirà presto, ogni tifoso di calcio che si recherà in Qatar nel 2022 dovrà chiedersi come potrà essere sicuro di non aver tratto beneficio dal sangue, dal sudore e dalle lacrime dei lavoratori migranti” – ha sottolineato Qadri.
“La Fifa ha la sua parte di responsabilità in questo disdicevole risultato, poiché era consapevole che c’era un problema riguardante i lavoratori in Qatar. Ora deve lavorare a stretto contatto con le autorità locali e con i partner economici per garantire che i mondiali di calcio non siano basati sullo sfruttamento” – ha proseguito Qadri.
Negli ultimi quattro anni, Amnesty International ha svolto cinque missioni di ricerca per indagare sulla condizione dei lavoratori migranti, la cui presenza in Qatar dovrebbe raggiungere i due milioni nei prossimi due anni. Un rapporto pubblicato nel maggio 2015 aveva identificato nove problematiche fondamentali.
Il Qatar non ne ha affrontate cinque, tra cui:
- il versamento tempestivo delle paghe: la legge che prevede ai datori di lavoro di pagare i lavoratori direttamente su conto bancario è stata approvata a febbraio ma è entrata in vigore solo a novembre. Il ritardato pagamento è un problema assai diffuso che lascia i lavoratori migranti e le loro famiglie in patria in condizioni disperate;
- l’impegno ad aumentare fino a 400 il numero degli ispettori sul lavoro entro la fine del 2015: rinviato alla fine del 2016;
- la riforma del sistema della sponsorizzazione (kafala), causa di numerose restrizioni ai danni dei lavoratori migranti: modesti cambiamenti sono stati annunciati nel maggio 2014 e introdotti nell’ottobre 2015, ma la loro applicazione è stata rinviata alla fine del 2016. Il nuovo sistema, peraltro, continuerà a richiedere ai lavoratori di chiedere il permesso dei loro datori di lavoro se vorranno cambiare impiego o lasciare il paese.
Ramesh (nome di fantasia), lavoratore edile, ha raccontato ad Amnesty International la sua situazione:
“Sono andato dal mio capo e gli ho detto che volevo tornare a casa, tanto la mia paga veniva versata sempre in ritardo. Lui mi ha urlato ‘Continua a lavorare altrimenti non te ne andrai mai!’”
“Sulla base del sistema kafala è fin troppo facile per un datore di lavoro privo di scrupoli ritardare i pagamenti, tenere i lavoratori in condizioni abitative squallide o minacciarli se protestano. Ecco perché questo sistema dev’essere ripensato completamente e non basta smussarne gli angoli” – ha commentato Qadri.
“I lavoratori migranti continuano a vedersi ostacolato o impedito l’accesso alla giustizia e non possono costituire sindacati. Molte migliaia di loro cercano ancora oggi di ottenere cure mediche e altri servizi di base adeguati, vanno incontro a ritardi nel rilascio del permesso di soggiorno o vivono e lavorano in condizioni intollerabili” – ha aggiunto Qadri.
Negli ultimi cinque anni, la Fifa ha fatto ben poco di concreto per esercitare pressioni sull’organizzatore del suo principale evento sportivo. Ultimamente, la Fifa è venuta meno alla promessa fatta a maggio d’indagare sull’arresto di giornalisti britannici e tedeschi che avevano cercato di approfondire le condizioni di vita e di lavoro dei migranti in Qatar.
Amnesty International continua a chiedere alla Fifa di premere sulle autorità del Qatar affinché queste attuino e monitorino le riforme necessarie per proteggere i diritti dei lavoratori migranti.
L’organizzazione per i diritti umani chiede inoltre alla stessa Fifa e ai partner economici di porre in essere un sistema di diligenza dovuta che possa identificare e prevenire violazioni dei diritti umani collegate allo svolgimento dei mondiali di calcio.
“La Fifa si è fatta in quattro per i mondiali di calcio in Qatar, prendendo persino la decisione senza precedenti di svolgerli d’inverno. Ma salvo alcune occasionali dichiarazioni pubbliche, l’organizzazione non ha ancora istituito un’agenda definita e concreta per ottenere dalle autorità del Qatar il rispetto dei diritti dei lavoratori migranti” – ha affermato Qadri.
“Nel 2016 la Fifa avrà una nuova dirigenza. Ma non cambierà nulla se non renderà chiaro che lo svolgimento dei mondiali di calcio del 2022 in Qatar dipenderà dal rispetto dei diritti umani” – ha concluso Qadri.
Ulteriori informazioni
Nei primi tre mesi del 2016, Amnesty International pubblicherà un corposo rapporto sulle violazioni dei diritti umani ai danni dei lavoratori migranti che chiamano in causa le imprese impegnate nella costruzione degli impianti e delle strutture per i mondiali di calcio del 2022.
domenica 18 ottobre 2015
Mai più spose bambine! Amnesty International Italia lancia la campagna contro i matrimoni precoci e forzati
Campagna di Amnesty International Italia contro i matrimoni precoci e forzati
SMS SOLIDALE 45594 DAL 18 OTTOBRE ALL’1 NOVEMBRE 2015
Secondo le stime del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), 13.5 milioni di ragazze ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini molto più vecchi di loro: 37 mila bambine ogni giorno alle quali, di fatto, viene negata l’infanzia.
Isolate, tagliate fuori da famiglia e amicizie e da qualsiasi altra forma di sostegno, perdono la libertà e sono sottoposte a violenze e abusi. Molte di loro rimangono incinte immediatamente o poco dopo il matrimonio, quando sono ancora delle bambine.
I matrimoni precoci e forzati sono un fenomeno da contrastare e bandire.
Per difendere e proteggere le bambine dai matrimoni forzati e da altre forme di violenza, dal 18 ottobre all’1 novembre, Amnesty International Italia – di cui quest’anno ricorre il 40° anniversario – lancia MAI PIÙ SPOSE BAMBINE campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi tramite SMS solidale al 45594.
Sostengono la campagna Mai più spose bambine, che sarà online dalle 00.01 di domenica 18 ottobre sul sito www.amnestysolidale.it, Antonella Elia, Chiara Galiazzo, Giovanna Gra, Dacia Maraini, Simona Marchini, Veronica Pivetti, Marina Rei e Sveva Sagramola.
Amnesty International Italia intende così sensibilizzare l’opinione pubblica su questo fenomeno che si radica nella povertà, nella discriminazione e nell’arretratezza culturale; incrementare l’attenzione dei governi nei paesi in cui è presente questa pratica affinché sia bandita; favorire l’avvio di indagini imparziali, tempestive ed esaurienti su ogni denuncia di violazione dei diritti umani basata sulla discriminazione; contribuire a far sì che le bambine non subiscano decisioni riguardanti il loro corpo che siano causa di violazioni dei diritti umani e vivano la propria vita senza interferenze da parte di altri.
È del 2 luglio 2015 l’adozione da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite della prima Risoluzione sulla prevenzione e l'eliminazione dei matrimoni precoci e forzati. Il testo ribadisce che i matrimoni precoci e forzati rappresentano una violazione dei diritti umani, in particolare delle donne e delle bambine. La Risoluzione si rivolge agli stati e sottolinea l’importanza del coinvolgimento dell’intera società civile per rafforzare il monitoraggio e gli interventi di prevenzione a contrasto di questo fenomeno.
(United Nations, general Assembly, Resolution A/HRC/29/L.15).
Ma molto resta ancora da fare.
Ovunque nel mondo milioni di donne e bambine continuano a subire violenza domestica, sono ridotte in schiavitù attraverso i matrimoni forzati, vengono comprate e vendute per alimentare il mercato della prostituzione, vengono violentate ed esibite come trofei di guerra o torturate in stato di detenzione. Queste forme di violenza sono parte di una cultura globale che nega alle donne pari opportunità e pari diritti e che tende a esercitare possesso e appropriazione del loro corpo.
Per le ragazze di età inferiore ai 18 anni, in Yemen è molto comune essere sposate; sono stati registrati addirittura casi che coinvolgono bambine di 8 anni. Donne e ragazze rifugiate siriane in Giordania tendono a essere date in sposa prima dei 18 anni secondo una pratica diffusa soprattutto nelle aree rurali della Siria; le siriane che vivono nel campo rifugiati di Zaatari hanno riferito di alcuni giordani che visitano i campi in cerca di donne da sposare.
Le donne in Iran sono soggette a diffuse e sistematiche discriminazioni nella legge e nella prassi. Sono in vigore disposizioni di legge in materia di status personale, che pongono le donne in una posizione subalterna rispetto agli uomini in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità. In base al codice civile iraniano, l'età legale per il matrimonio per le ragazze è di 13 anni, ma possono essere date in sposa anche a un’età inferiore a una persona scelta dal padre o dal nonno paterno, se esiste il permesso di un tribunale.
In Burkina Faso, il matrimonio forzato è un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto nelle zone rurali. Alcune ragazze hanno raccontato ad Amnesty International di essere state costrette a sposarsi a 11 anni. La differenza di età tra una ragazza e il suo futuro coniuge può essere enorme. In alcuni casi, la sposa può essere tra i 30 e i 50 anni in meno di suo marito.
Nell’area del Maghreb, il fenomeno dei matrimoni forzati si inserisce nel contesto di quadri legislativi lacunosi che non tutelano adeguatamente le donne dalla violenza. Il Marocco ha abolito la norma che prevedeva l’impunità in cambio del “matrimonio riparatore” in caso di stupro di una minorenne, ma è privo di un quadro legislativo organico sulla violenza contro donne e ragazze. Negli ultimi anni in Algeria le autorità hanno varato alcuni provvedimenti volti a migliorare i diritti delle donne, tuttavia è rimasta in vigore la norma abrogata in Marocco, in base alla quale gli uomini che stuprano ragazze di età inferiore ai 18 anni non sono perseguibili penalmente se sposano la loro vittima.
Il fenomeno dei matrimoni precoci è diffuso in Asia meridionale, dove il 46 per cento delle ragazze viene dato in sposa prima di aver compiuto 18 anni. Secondo i dati dell'Unicef, il Bangladesh è il paese al mondo con il più alto tasso di matrimoni di bambine al di sotto dei 15 anni. In Afghanistan, uno studio condotto dal ministero degli Affari femminili nel 2004 ha rilevato che il 57 per cento delle donne intervistate era stato dato in sposa prima dei 16 anni, alcune anche a soli 9 anni. Il matrimonio precoce ha un impatto negativo anche sulla salute delle bambine, per i problemi provocati dai numerosi parti e dalle gravidanze precoci.
Contribuire alla campagna MAI PIÙ SPOSE BAMBINE significa aiutare Amnesty International Italia a realizzare un cambiamento positivo nella vita di queste donne e bambine per cui non c’è libertà, non c’è giustizia, non ci sono diritti umani.
Numero di SMS solidale: 45594
Periodo: 18 ottobre – 1 novembre 2015
Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari TIM, Vodafone, WIND, 3, PosteMobile, CoopVoce, Tiscali Mobile. Sarà di 2 euro per ciascuna chiamata fatta sempre al 45594 da rete fissa Vodafone e TWT e di 2/5 euro per ciascuna chiamata fatta allo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb, Tiscali.
"Mi faceva cose cattive e non avevo idea di cosa fosse un matrimonio. Correvo da una stanza all'altra per sfuggire ma alla fine lui mi trovava e continuava a fare quello che voleva. Ho pianto così tanto, ma nessuno mi ascoltava. Un giorno sono scappata e lui è andato in tribunale a raccontarlo. Ogni volta che volevo giocare in cortile mi picchiava e mi chiedeva di andare in camera da letto con lui.”
Così racconta allo Yemen Times” Nojoud Mohammed Ali Nasser che oggi ha 15 anni ma aveva appena 8 anni quando fu data in sposa dal padre a un uomo di 30 anni, nel febbraio del 2008. Suo marito l’ha sottoposta a violenza fisica e sessuale e la sua famiglia si è rifiutata di aiutarla. È riuscita a scappare e si è rivolta a un tribunale della capitale Sana'a. Grazie all’avvocato Shaza Nasser, che l’ha rappresentata, ha ottenuto il divorzio.
“Avevo 13 anni. La mia famiglia ha deciso di darmi in sposa a un uomo, ho rifiutato e sono scappata. Hanno mandato degli uomini a inseguirmi. Mi hanno presa, mi hanno legato mani e piedi e gettato in una stanza, dove c’era quell’uomo. Mi ha picchiato sin dall’inizio. I suoi familiari dicevano che ero disabile e quindi non dovevo lamentarmi. Quell’uomo mi picchia, mi prende a schiaffi e a calci, mi stringe la gola. Quando scappo e mi rifugio a casa, mia zia mi rimanda da lui perché sono disabile”.
Hannan, Somalia
“Ero contraria al matrimonio e ho pianto. Lui [il padre] mi ha picchiato tanto. Dovevo sposarmi. Lui era mio cugino. Dopo due mesi che vivevo con lui, ha iniziato a picchiarmi. Sono scappata da mio padre che mi ha rimandato da lui. Dopo un mese, ha ripreso a picchiarmi. Sono scappata a Teheran e ho chiesto aiuto alla polizia.”
Mahmuda, Iran. Aveva 14 anni quando è stata costretta a sposarsi. Suo padre ha ricevuto 2 milioni di rial (circa 220 euro) dal futuro marito.
Amnesty International
È la più importante organizzazione mondiale per la difesa dei diritti umani, una comunità globale di difensori dei diritti umani, fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson che lanciò una campagna per l’amnistia dei prigionieri di coscienza. Amnesty International conta attualmente oltre 3 milioni di soci e sostenitori in più di 150 paesi.
La visione di Amnesty International è quindi quella di un mondo dove i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli altri documenti sulla protezione internazionale siano riconosciuti, garantiti e tutelati.
Nel perseguimento di questa visione, la sua missione è di svolgere attività di ricerca e azione finalizzate a prevenire ed eliminare gravi abusi di tali diritti.
Amnesty International svolge ricerche e azioni per prevenire e far cessare i gravi abusi dei diritti all’integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione, alla libertà dalla discriminazione e alla dignità umana.
Nell’ambito della propria opera di promozione di tutti i diritti umani, organizza attività educative, campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di pressione sui governi e sulle organizzazioni internazionali.
Ogni anno, Amnesty International lancia campagne mondiali per porre fine a determinate violazioni dei diritti umani o per migliorare la situazione dei diritti umani in un paese.
Le campagne prevedono l’utilizzo delle più diverse tecniche di pressione sui governi e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica: raccolta e invio di appelli, incontri istituzionali, manifestazioni e attività di comunicazione.
www.amnesty.it
sabato 17 ottobre 2015
Arabia Saudita, Amnesty: crescono i timori per le esecuzioni di tre giovani attivisti
L'organizzazione è stata in grado di confermare che Ali al-Nimr, Dawood Hussein al-Marhoon e Abdullah al-Zaher Hasan sono stati trasferiti in isolamento nel carcere di al-Ha'ir a Riad il 5 ottobre. Erano stati arrestati in tempi diversi nel 2012, quando erano tutti minori di 18 anni, e condannati a morte nel 2014. Tutte e tre le condanne a morte sono state confermate dalla Corte d'appello dell’Arabia Saudita e dalla Corte suprema all'inizio del 2015.
Le notizie riferite dai media filogovernativi secondo le quali Ali al-Nimr potrebbe essere a rischio di crocifissione dopo la decapitazione hanno scatenato una protesta globale. Il 14 ottobre la madre ha fatto appello al presidente degli Usa Barack Obama affinché intervenga per salvare suo figlio.
"La pena di morte è una punizione crudele, inumana e degradante e non vi è alcuna prova convincente che rappresenti un particolare deterrente contro il crimine. Il suo utilizzo per punire qualcuno per un crimine che avrebbe commesso quando aveva meno di 18 anni è una flagrante violazione del diritto internazionale" ha dichiarato James Lynch, vice direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
"Il fatto che tutti e tre affermino di essere stati torturati e che sia stato loro negato l'accesso a un avvocato durante gli interrogatori solleva ulteriori gravi preoccupazioni circa i procedimenti giudiziari nei loro casi. È evidente che non hanno avuto nulla che assomigli a un processo equo."
Ali al-Nimr è stato arrestato nel febbraio 2012, quando aveva 17 anni, detenuto in un centro di riabilitazione minorile e poi in un carcere per adulti. È stato condannato a morte nel maggio 2014 dalla Corte penale specializzata (SCC) a Gedda, un tribunale di sicurezza e lotta al terrorismo, per 12 reati che includono aver manifestato contro il governo, aver aggredito le forze di sicurezza, essere in possesso di una mitragliatrice e aver compiuto una rapina a mano armata. Ali al-Nimr ha dichiarato che le sue "confessioni" sono state estorte sotto tortura, ma la Corte ha rifiutato di avviare un'indagine sulle sue affermazioni.
Dawood Hussein al-Marhoon e Abdullah Hasan al-Zaher sono stati arrestati il ??22 maggio e il 3 marzo 2012, rispettivamente all’età di 17 e 16 anni. Sono stati condannati a morte dal SCC a Riad a ottobre 2014 sulla base di accuse simili, che comprendevano aver partecipato a proteste antigovernative, effettuato una rapina a mano armata e "partecipato all'uccisione di agenti di polizia avendo fabbricato e usato bombe molotov per aggredirli". Anche loro hanno dichiarato di essere stati torturati e costretti a “confessare".
"Il primato dell'Arabia Saudita quando si tratta di condannare a morte a seguito di procedimenti giudiziari profondamente viziati è assolutamente vergognoso. La pena di morte viene spesso applicata in modo arbitrario al termine di processi platealmente iniqui" ha aggiunto James Lynch.
"La situazione è aggravata in questo caso avendo imposto condanne a morte a rei minorenni, in vergognosa violazione del diritto internazionale. È assolutamente scandaloso che il giudice abbia respinto le accuse di tortura di tutti e tre gli attivisti per farli ‘confessare’ e li abbia molto semplicemente condannati a morte."
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, che è giuridicamente vincolante per l'Arabia Saudita, chiarisce che le condanne a morte non possono essere imposte per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni.
L'Arabia Saudita è uno dei carnefici più prolifici del mondo. Il regno ha messo a morte 137 persone finora nel 2015, rispetto alle 90 di tutto il 2014. Le condanne a morte sono spesso imposte al termine di processi iniqui, senza risparmiare minorenni e persone con disabilità mentali, come recentemente documentato da Amnesty International.
Ali al-Nimr è il nipote dello sceicco Nimr Baqir al-Nimr, eminente religioso sciita dell’Arabia Saudita orientale che è stato condannato a morte nell’ottobre 2014. Le tensioni tra le autorità saudite e la minoranza musulmana sciita del paese sono aumentate dal 2011 quando, ispirati in parte dalle proteste popolari in Medio Oriente e Africa del Nord, alcuni cittadini della maggioranza sciita della provincia orientale hanno intensificato le richieste di riforme.
Ulteriori informazioni
Dal 2012, le autorità saudite hanno preso di mira difensori dei diritti umani e dissidenti nella totale impunità, utilizzando sia i tribunali sia mezzi extragiudiziali, come l'imposizione di divieti di viaggio arbitrari.
Nel febbraio 2014, le autorità hanno messo in vigore una nuova legge anti-terrorismo che da allora è stata usata contro difensori dei diritti umani e attivisti per condannarli a lunghe pene detentive e perfino alla morte.
La maggior parte dei processi a questi attivisti ha avuto luogo presso la SCC, la cui giurisdizione è vaga e i cui procedimenti sono avvolti nel segreto.
Oltre agli attivisti sciiti di cui sopra, la SCC ha anche condannato l’avvocato e difensore dei diritti umani Waleed Abu al-Khair secondo la nuova legge antiterrorismo. Inoltre, il 13 ottobre ha condannato a nove anni di carcere Abdulrahman al-Hamed, uno dei membri fondatori delle organizzazioni indipendenti per i diritti umani, l’Associazione saudita per i diritti civili e politici (ACPRA).
Roma, 17 ottobre 2015
L’appello in favore di Ali-al-Nimr è online all’indirizzo:
http://appelli.amnesty.it/
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