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giovedì 24 novembre 2016

Monsignor Carrù: “Origini ed evoluzione dell'iconografia di san Giovanni Battista”


È sintomatico che nelle prime manifestazioni dell’arte cristiana compaia, tra le scene espressamente ispirate alle Sacre Scritture, il tema semplice e suggestivo del battesimo del Cristo, secondo la dinamica evocata da Matteo (3, 13-17) che propone, quale antefatto, un piccolo «botta e risposta» significativo per comprendere la funzione e il ruolo del precursore, laddove Giovanni voleva impedire al Cristo, giunto sulla sponda del Giordano, di farsi battezzare da lui, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ebbene, Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia».
Così Monsignor Carrù, Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra dal giugno 2009, introduce l’articolo sulle raffigurazioni battesimali a partire dai primi artisti cristiani.

Origini ed evoluzione dell’iconografia di san Giovanni Battista
Nelle acque della salvezza
di Giovanni Carrù
Questo breve dialogo rende chiaro lo schema che verrà adottato dai primi artisti cristiani per rappresentare la scena del Battesimo di Cristo, nel senso che, in queste prime raffigurazioni il Battista vestito di un semplice gonnellino sopravviene per dimensioni e atteggiamento sulla figura di Cristo rappresentato come un bambino nudo, immerso nelle acque del Giordano, mentre la colomba dello Spirito vola sulla scena.
Ebbene, questa situazione figurativa dimostra che il vero protagonista dell’episodio è proprio il Battista e che la rappresentazione riveste un ruolo giovanneo e non solamente cristologico. Se, infatti, la scena rientra perfettamente nel ciclo dell’ infantia Salvatoris, ispirata ai vangeli canonici, ma anche agli scritti apocrifi, essa mostra alcune peculiarità su cui occorre fermare la nostra attenzione.
Dobbiamo, innanzi tutto, considerare l’affresco delle cripte di Lucina in San Callisto dove, però, lo schema iconografico non è ancora codificato, nel senso che la rappresentazione, estremamente sintetica, comporta il gesto, assai originale, del Battista che aiuta il Cristo a uscire dalle acque del Giordano, mentre la colomba dello Spirito sorvola la scena. Negli stessi anni, ossia nel terzo decennio del III secolo, la situazione figurativa si definisce nei Cubicoli dei sacramenti, sempre nel comprensorio callistiano. In uno di questi affreschi, la scenetta, che vede il Battista mentre impone le mani sul capo del Cristo giovane immerso nelle acque del Giordano, è situata vicino a un pescatore che lancia la lenza. Questa «vicinanza» acquisisce un significato particolare, se consideriamo che, nello stesso contesto appaiono anche le storie di Giona, della Samaritana al pozzo e di Mosè che batte la rupe.
Ebbene, il «filo» che lega tutte queste scene è rappresentato dalle acque e dal forte significato battesimale che esse comportano, in quanto strumento soterico e purificativo. In questo orizzonte, la scena del Battesimo diviene nevralgica e centrale e attiene propriamente alla tematica funeraria prevalentemente augurale e salvifica.
Tutte queste caratteristiche tornano anche nella plastica funeraria, se nel sarcofago di Santa Maria Antiqua, scolpito negli anni centrali del III secolo, si ritrovano, insieme alle figure dell’orante e del buon pastore, proprio la storia di Giona e la scena del battesimo, secondo gli schemi che abbiamo esaminato.
Quando l’iconografia del battesimo troverà la sua definizione entrerà nell’ immaginario figurativo cristiano per inserirsi nelle più diverse manifestazioni artistiche, tanto che scene ordinarie relative all’ iniziazione dei neofiti giungono nelle lastre funerarie, come in quella celebre di Aquileia. Qui, la giovane defunta è rappresentata in una vasca battesimale al centro di una situazione figurativa, che vede ai suoi lati il vescovo e un diacono, mentre in alto, si riconosce un clipeo stellato con la colomba dello Spirito da cui sgorga l’ acqua salvifica. Siamo nell’ inoltrato IV secolo e la scena continua a interessare pitture, mosaici, sculture e arti minori, sino al momento bizantino e al medioevo. In questo lungo percorso emergono sicuramente i clipei centrali dei due battisteri ravennati. Sia nel battistero degli Ortodossi, sia in quello degli Ariani, infatti, rimane intatto il nucleo originario della scena, che comporta sempre la postazione privilegiata del Battista, primo attore della dinamica iconografica.
In questi sontuosi battisteri, illuminati dalla decorazione musiva, nel clipeo si specchia la prefigurazione cristologica del battesimo ordinario, che si consuma, proprio in asse con il clipeo, nella vasca battesimale.
Trascorrono i secoli, ma la fortuna iconografica del Battista non si attenua e, anzi, diviene segno e memoria ineludibile di quel potente gesto dell’iniziazione che sigillerà l’ avvio del percorso spirituale dei fedeli, quale replica e imitazione di quel battesimo suggestivo, che Giovanni il precursore praticò sulle acque del Giordano.

lunedì 21 novembre 2016

Gianni Carrù: “A Santa Maria Maggiore l'apice della devozione romana”

Papa Sisto III (432-440) fece approvare gli Atti del concilio efesino (431) che, avendo considerato il delicato e annoso dibattito sulla natura umana o divina del Cristo, si allargò a ragionare sul rapporto materno della Madre di Dio, ossia se Maria dovesse essere considerata «Madre di Cristo», in quanto uomo e Dio.
Il testo integrale dell’articolo del 2011, scritto da Monsignor Carrù.



A Santa Maria Maggiore l’apice della devozione romana. Una nebulosa punteggiata di venerazione di Gianni Carrù
All’indomani del concilio di Efeso (431), Papa Sisto III (432-440) promosse la costruzione della maestosa basilica intitolata alla Madonna sulla sommità dell’Esquilino, non lontano da una basilica che aveva fatto costruire Papa Liberio (352-366) presso il Macellum Liviae, di cui trattano le fonti, ma che non è ancora stata individuata dagli archeologi. Fu proprio Sisto III ad approvare gli Atti del concilio efesino che, avendo considerato il delicato e annoso dibattito sulla natura umana o divina del Cristo, si allargò a ragionare sul rapporto materno della Madre di Dio, ossia se Maria dovesse essere considerata «Madre di Cristo», in quanto uomo e Dio.
Ne discese l’attribuzione greca Theotòkos a Maria, che sottolineava il concetto del parto verginale e traduceva quello di Maria come «portatrice del divino». La basilica si propose subito come uno degli edifici di culto più importanti dell’Urbe, non lontana dall’ episcopio, dalla cattedrale e dal battistero lateranense. Ancora oggi in Santa Maria Maggiore possiamo apprezzare lo sviluppo longitudinale, il ricco colonnato, la luminosità, i mosaici paleocristiani, proprio riferibili al periodo sistino.
Mentre nelle navate si distende una lunga teoria di quadri ispirati alle storie del Vecchio Testamento, nell’ arco absidale si sovrappongono alcuni registri, dove sono narrati gli episodi relativi all’ Infantia Salvatoris. In tutte queste scene, che trovano l’apice significativo nell’ adorazione dei Magi, il significato cristocentrico, che aveva caratterizzato l’arte cristiana precedente, lascia il posto a quello mariologico, in perfetta coerenza con il dogma definito al concilio efesino.
Purtroppo è andata perduta la calotta absidale, eliminata per volontà di Papa Niccolò IV (1288-1292), che inserì nel monumento mariano un solenne transetto, facendo arretrare l’abside e trasformando l’arco paleocristiano in arco trionfale. La nuova abside fu mirabilmente mosaicata da Jacopo Torriti.
Questa impresa, finanziata dal cardinale Giacomo Colonna e conclusa nel 1296, comporta un programma decorativo complesso, che vuole ascoltare la figura di Maria, incoronata dal Cristo in un clipeo stellato al centro della rappresentazione. Questo prezioso clipeo appare come sospeso tra l’Empireo e il Giordano, caratterizzato da animali e scenette naturalistiche. Il tutto è come trattenuto da due vigorosi tronchi di acanto che nascono dalle due estremità dell’abisde e accolgono, nei girali, pavoni, colombe, aquile ed altri volatili.
Sulla riva del Giordano, si riconoscono i principi degli apostoli e san Francesco che presentano Niccolò IV inginocchiato e in dimensioni meno importanti rispetto ai santi. A destra, Giovanni Battista e Giovanni Evangelista e sant’ Antonio presentano il cardinale Giacomo Colonna, ancora in piccole dimensioni e inginocchiato. Due ali di angeli adoratori, ai lati del clipeo della Incoronazione, e una conchiglia variopinta nello zenit della calotta chiudono la parte alta della decorazione, mentre nella fascia sottostante, fra le finestre, si riconoscono le scene dell’Annunciazione, della Natività, della Dormitio Virginis, della Presentazione al Tempio.
Tutto l’edificio parla una lingua mariana, come ribadiscono due iscrizioni, che commentano il mosaico torritiano. Nel libro aperto, tenuto con la destra dal Cristo che incorona la Madre, si legge: Veni electa mea et ponam in te thronum meum. Ai piedi del clipeo, su uno sfavillante fondo dorato, si distende un testo ancora più suggestivo: Maria Virgo assumpta est ad ethereum thalamum in quo rex regum stellato sedet solio; sul prato della sponda si legge, infine: Exaltata est sancta Dei genetrix super chorus angelorum ad coelestia regna.
Il mosaico torritiano mostra molti punti di contatto con il mosaico absidale della basilica di Santa Maria in Trastevere, l’altro grande edificio di culto mariano dell’Urbe. Ebbene, tale mosaico, realizzato al tempo di Innocenzo II (1130-1143), mostra, al centro, Cristo e Maria incoronata, assisi su un suntuoso trono, tra i santi Calepodio, Giulio, Cornelio, Pietro, Callisto, Lorenzo e il Pontefice committente, che sostiene il modellino della chiesa. Nel 1291, Pietro Cavallini, sotto al luminoso mosaico absidale, realizza, ancora a mosaico, sei riquadri che rappresentano episodi mariani, che fungono da antefatto e premessa alla Assunzione della Vergine. Questa devozione mariana di lunga durata, che, a Roma, inizia nella prima metà del III secolo nelle catacombe di Priscilla, con la prima scena della Natività, trova nel medioevo il momento di massima diffusione con la dedica a Maria di una nebulosa di piccoli e grandi edifici di culto, che documentano una venerazione sentita e commovente.
Fonte: Maranatha

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